La vulnerabilità strutturale del patrimonio storico architettonico in contesti di rischio non elevato. Il caso delle chiese in Sardegna Maria Dessì

Ateneo
Università degli Studi di Sassari

La ricerca si colloca nel filone di studi che esaminano il tema della conservazione dell’edificato storico e la questione delle problematiche strutturali. Essa riguarda la tutela del patrimonio architettonico nelle aree considerate a “basso rischio”. Qui il rischio è comunque presente e non è dato da “eventi improvvisi”, come è ad esempio l’avvenimento tellurico, ma da dinamiche di lento sviluppo e, per questa ragione, il pericolo della perdita di tale patrimonio è spesso sottostimato. È importante osservare che le indagini metodologico-analitiche in aree ad elevato rischio, soprattutto di tipo sismico (sicuramente di grande rilevanza nel panorama nazionale), sono efficientemente strutturate e cospicue; sono spesso basate su analisi, calcoli o statistiche di un elevato numero di casi-studio, che hanno permesso di avere un quadro approfondito delle dinamiche di danneggiamento e delle problematiche della conservazione dei beni storico-architettonici in tali aree. Al contrario, non risultano esserci simili indagini in “aree a basso rischio”.

La questione è trattata a partire dagli aspetti più teorici, indagando lo stato dell’arte, fino a individuare un campo di sperimentazione pratico, che è il caso delle chiese in Sardegna. Tale regione è emblematica, in quanto è costituita da ampie aree di territorio in cui si rileva “basso rischio” e “bassa densità di beni architettonici”: questi due fattori costituiscono le principali cause delle lacune non solo negli studi prodotti finora, ma anche nella stessa normativa per la tutela, che spesso si è rilevata inefficiente. Il patrimonio storico architettonico dell’Isola (riguardo le questioni strutturali della conservazione) rispetto ad altre regioni d’Italia, è stato spesso indagato meno intensivamente o per niente, in ragione del fatto che è stata valutata “priva di rischio sismico” fino al 2008. Un altro aspetto da tenere in considerazione è che gli edifici storici in esame sono spesso privi di un preciso piano d’azione per la conservazione e il restauro: si tratta di un problema sia per la tutela, ma anche per la sicurezza stessa delle persone.

Dal punto di vista teorico dello stato dell’arte, come accennato la vulnerabilità strutturale si lega strettamente alla questione del danneggiamento sismico. Al di là dell’addizionare o modificare concetti per il naturale avanzamento culturale e tecnologico, i più recenti testi poco modificano il quadro bibliografico che li ha preceduti; piuttosto che espletare un’analisi cronologica, è stato quindi interessante esaminare la questione seguendo alcuni temi principali ricorrenti: come si colloca l’analisi degli aspetti strutturali delle fabbriche storiche nella disciplina del restauro architettonico? come la disciplina del consolidamento si è rapportata nel tempo con la generale disciplina del restauro  e quale è stato il ruolo delle varie figure professionali coinvolte? Come si è valutato il concetto di sicurezza? Come si colloca la conservazione, nell’ambito della tematica strutturale? Come si sono evoluti tali concetti, fino alla consapevolezza che il restauro è da intendersi come sintesi di soluzioni che mirino tanto alla sicurezza quanto alla conservazione e lo sviluppo dell’attenzione alla conservazione intesa come mantenimento della fabbrica in tutti i suoi aspetti, compreso il funzionamento strutturale stesso? Ancora, come è stato inteso il concetto di vulnerabilità (ossia la tendenza del bene al danneggiamento) o la percezione del rischio? Come anche le norme e gli indirizzi da decenni hanno dato risposte a tali emergenze?

Oltre ai già citati bassa densità di beni e basso rischio, la scelta della Sardegna è interessante in quanto si tratta di beni che per lo più sono realizzati con semplici tecniche costruttive e materiali non sempre di elevata qualità, raramente architettonicamente elaborate. Tuttavia, con la loro povertà e semplicità, sono beni che fortemente ne caratterizzano l’identità dei luoghi.

Va inoltre sottolineato che il patrimonio è attualmente in parte sconosciuto: le caratteristiche geografiche, soprattutto di alcune aree interne, costituiscono già di per sé una principale problematica, dove appunto l’isolamento, insieme allo spopolamento, le maestranze poco formate e talvolta la natura stessa dei materiali della fabbrica architettonica, costituiscono dei fattori congiunti che generano un elevato rischio per la sopravvivenza del bene. E non vi è dubbio che nel passato, anche recente, vi è stata scarsa attenzione per la conservazione di questi beni: i dati raccolti costituiscono una palese conferma, mostrando interventi che si sono concentrati sui beni considerati monumentali, ma che in Sardegna, meno che in altri contesti nazionali, non possono costituire da soli il patrimonio storico-architettonico che la caratterizzano.

Tra gli obiettivi principali del seguente studio possiamo menzionare l’individuazione delle problematiche ricorrenti, per comprendere come si può arrestare il fenomeno della perdita del patrimonio. Si è partiti da modelli di studio che la letteratura ci offre sui danneggiamenti in edifici storici a seguito di eventi sismici, per poi valutare l’applicabilità di tale metodo, altamente sperimentato e avanzato (che sempre più diviene strumento di prevenzione) modificandolo in base ai diversi parametri di questo differente contesto.

Per semplificare la complessità del patrimonio storico degli edifici religiosi si sono individuate, tralasciando una ferrea classificazione cronologica, le caratteristiche ricorrenti partendo dall’osservazione delle geometrie, della presenza o meno di particolari elementi architettonici e il loro comportamento strutturale complessivo. Tale semplificazione ha permesso di capire i problemi consueti per ciascuna tipologia individuata. Data la lentezza del fenomeno, accanto a un’analisi diretta dei casi osservabili, si è proceduto alla lettura di dati ricavabili da documentazione archivistica (foto o disegni che mostravano lo stato del bene prima dell’intervento di consolidamento strutturale). La realizzazione di un semplice database, contenente i dati desumibili da un numeroso campionario di restauri di consolidamento effettuati negli ultimi cinquant’anni, ha permesso di giungere a interessanti conclusioni sia sui danneggiamenti tipici, sia sulle necessità d’intervento.

Si è proceduto infine a indagare come si è operato negli ultimi decenni, per giungere a una lettura critica, confrontando con i temi culturali e tecnici della materia, riferendoli al contesto nazionale.

Si può quindi giungere ad asserire che la comprensione del comportamento strutturale degli edifici storici analizzati, insieme allo studio dei restauri compiuti finora, può permettere l’individuazione di una strategia attuabile, per garantire la conservazione e la sicurezza delle chiese storiche, che fortemente caratterizzano i paesaggi della Sardegna. Per questo è fondamentale partire da un’approfondita conoscenza, che permetta di giungere a programmi di campagne di consolidamento e di prevenzione strutturale per il patrimonio indagato (dalla scala del territorio regionale a quella architettonica), rilevatasi necessarie e auspicabili.

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